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Daria RicchiScritto da: Reviews

Yale School of Architecture: Palladio Virtuale e l’estetica dei New York Five

Yale. «Palladio Virtuel» è la mostra che inaugura l’anno accademico 2012/2013 a Yale. Concepita e progettata da Peter Eisenman e dal critico della Yale School of Architecture Matthew Roman, presenta un’inusuale rilettura di venti ville dell’architetto veneto frutto di analisi svolte dallo stesso Eisenman, che studia Palladio da quando nel 1961 visitò insieme a Colin Rowe la prima villa palladiana.
«Da ideale a virtuale» sarebbe stato il titolo, o sottotitolo, più appropriato per la mostra, poiché, come spiegano i curatori «si oscilla tra possibili interpretazioni di un ipotetico virtuale, in contrapposizione a norme di ideale». Se, infatti, da un lato le opere di Palladio sono immediatamente riconoscibili per gli elementi compositivi progettuali delle celeberrime ville (un portico, uno spazio di transizione e uno spazio principale), lo stesso Palladio aveva anche pensato varianti mai realizzate, e di cui esistono descrizioni, schizzi e nuovi disegni (alcuni inseriti ne I quattro libri. Queste varianti e la disgregazione dei tre elementi compositivi sono la chiave di lettura dei progetti in mostra.
Virtuale non è sinonimo di digitale, poiché i media utilizzati sono testi, disegni e plastici. Ma virtuale acquista un’accezione di «indicibilità», in opposizione a un linguaggio fisso e immutabile.
Le ville in mostra sono suddivise in tre sezioni: «Le ville classiche: l’incombente crisi di sintesi»; «Progetti di barchesse: estensioni nel paesaggio»; «La villa virtuale: dissipazione della tipologia villa». La loro analisi critica rispecchia la filosofia dei curatori, ed è forse tanto complessa da descrivere quanto immediata ne è invece la comprensione visiva. Con un sistema di notazione caro a Eisenman, i progetti sono decostruiti nelle loro componenti. Supponendo una pianta quadrata, suddivisa in nove quadrati minori, A denota i quattro angoli esterni, B i quattro quadrati centrali esterni e C il quadrato al centro. Alla stessa maniera, A denota uno spazio di entrata, o un portico, ed è in bianco, B individua lo spazio di transizione ed è di colore grigio, mentre lo spazio principale al centro, C, è in nero. Con questo codice linguistico e visivo si comincia con esempi «ideali» canonici e classici come Villa Rotonda e Villa Cornaro, si passa alle prime barchesse, dove Palladio aggiunge volumi esterni e spazi di magazzino, emblematica Villa Foscari (Malcontenta), per arrivare agli esempi più virtuali, come la Villa Sarego. Qui la disgregazione delle parti è maggiormente visibile, il corpo centrale della villa che finisce per scomparire, e con esso scompare l’effettiva esistenza della villa stessa, divenendo virtuale. L’allestimento ricrea all’interno della galleria la pianta e alcuni interni di Palazzo della Torre. Gli spaccati assonometrici e i modelli nei toni di grigio ricordano i modi estetici di Eisenman e Gwathmey. Il risultato è un modo originale di far dialogare un architetto italiano del Cinquecento con l’estetica anni settanta dei New York Five.
«Palladio Virtuel», a cura di Peter Eisenman e Matthew Roman, School of Architecture Gallery, Yale (Connectictut), fino al 27 ottobre

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Last modified: 9 Luglio 2015